martedì 22 marzo 2022

PARCO DEL CITYLIFE

CityLife vanta uno tra i parchi più ampi di Milano, ma soprattutto è ricco di opere d’arte che lo rendono un vero museo a cielo aperto tutto da scoprire. Al suo interno ospita venti opere permanenti tra artisti under 40 e artisti internazionali che sono, invece, già noti.

Matteo Rubbi dal titolo Cieli di Belloveso
 è composto da circa 100 stelle (di cui oggi viene posata solo la prima) di grandezza e forme diverse, la cui ‘dimensione’ vuole ricostruire il cielo stellato visibile a Milano nella primavera del 600 a.C., data intorno alla quale Tito Livio colloca la leggendaria fondazione della città da parte del principe Belloveso. Il racconto dello storico è infatti ricco di riferimenti e dati astronomici. Le stelle, realizzate in pietra, sono sparse e incastonate nella pavimentazione di Piazza Burri.

Serena Vestrucci, Vedovelle e Draghi Verdi,
per tutte le fontanelle (dette anche vedovelle o draghi verdi) installate nel parco la sostituzione dell’originale rubinetto d’ottone con una scultura di volta in volta diversa ottenuta attraverso la lavorazione di un modello in cera, la sua conseguente fusione in bronzo e la successiva galvanizzazione in oro. 
Ognuna delle fontanelle presenta così una testa di drago differente, unica. 

FONTANELLE DI MILANO

fontane tipiche milanesi anche note col nome di Drago Verde per via della testa a forma di drago, appunto, che si nota nella bocchetta.

Le fontane pubbliche milanesi sono tra i simboli della città che ne conta circa 668. C’è chi le chiama Vedovelle per via del rumore dello scrosciare dell’acqua che ricorda il pianto delle vedove o draghi verdi, più semplicemente per la forma della bocchetta e per il colore verde della struttura.

Alte un metro e mezzo, con pignone in cima, recano lo stemma del Comune marchiato sulla base quadrata e sul fondo sono munite di una bacinella di forma circolare che raccoglie l’acqua e nella quale di solito si dissetano gli animali, dai cani agli uccellini. Secondo la tradizione la prima delle “vedovelle” installate a Milano risalirebbe alla fine degli anni ’20 del Novecento: non a caso questa particolare fontanella, che si trova in Piazza della Scala, è costruita in bronzo dorato e non in ghisa, secondo il disegno dell’architetto Luca Beltrami, che si sarebbe ispirato a uno dei doccioni del Duomo .

Ci si potrebbe lamentare del flusso continuo che sgorga dalla bocca di drago delle fontanelle, ma in realtà bisogna tenere in considerazione alcuni elementi. In primis il flusso d’acqua serve a mantenere il liquido in movimento, in modo da preservarne la freschezza e la buona qualità ed evitando la stagnazione e la formazione di flora batterica attorno alla bocca da cui sgorga.

Inoltre bisogna considerare che la quantità d’acqua distribuita è minima rispetto a quella che erogata dall’intero acquedotto della città, che può vantare un gettito medio di circa 7500 litri al secondo, mentre tutte le fontanelle di Milano arrivano a soli 10 litri al secondo. E infine tutta l’acqua che non viene bevuta o impiegata direttamente non è affatto dispersa e sprecata, ma tramite la fognatura arriva ai depuratori della città e da qui viene distribuita ai vari consorzi agricoli che la utilizzano per irrigare i campi agricoli.

AMBROGINO D'ORO

La tradizione dell’Ambrogino d’Oro sfiora quasi un secolo di storia: ebbe inizio nel 1925. Il Sindaco di Milano era Luigi Mangiagalli eletto nel 1922.

Mangiagalli, cui sarà dedicata la clinica da lui fondata, sarà l’ultimo sindaco eletto dai milanesi perché una legge del governo fascista, nel 1926, prevedeva che sia il Podestà, che sostituiva la funzione del sindaco, sia la Consulta Municipale, avente la funzione di consiglio comunale, sarebbero stati nominati dal Governo Centrale di Roma, senza quindi lasciare alcun diritto di voto ai cittadini.
L’Ambrogino è la massima onorificenza che la città di Milano consegna annualmente ai suoi cittadini più meritevoli. In origine, l'Ambrogino, era una moneta utilizzata nella Milano del 1300.
E’ un riconoscimento che che viene attribuito ai cittadini di nascita, o di adozione milanese, che si sono distinti in città per il loro impegno.
Sono tantissimi i nomi illustri ad avere ricevuto l’Ambrogino:
medici, attori, industriali, personalità di rilievo, benefattori, campioni sportivi ma anche personaggi meno noti ma dalle storie eccezionali
Ogni anno possono essere riconosciute fino ad un massimo di 30 medaglie d’oro e 40 attestati di pubblica benemerenza. Le candidature per gli ambrogini possono essere i
noltrate da chiunque, ma è una commissione composta dai membri del consiglio comunale a decidere le assegnazioni e a sancirne le motivazioni. Inoltre, gli ambrogini possono non durare in eterno: l’ultimo articolo del regolamento stabilisce che chi ne viene insignito possa perdere il riconoscimento nel caso in cui se ne renda indegno.
E’ una cerimonia contraddistinta da un rituale ben preciso:
La consegna avviene la mattina del 7 dicembre, il giorno di Sant’Ambrogio appunto, al Teatro Dal Verme alla presenza di molte autorità cittadine. I premiati vengono chiamati sul palco, uno ad uno. Durante la consegna il Sindaco legge le motivazioni per cui viene attribuita l'onorificenza.
Sappiamo che ad un certo punto iniziò la tradizione di omaggiare con un ambrogino anche i centenari della città. Non sappiamo esattamente quando iniziò la tradizione ma sappiamo che nel 2013, a causa del sempre crescente numero di ultracentenari in città e i conti sempre più "difficili" si decise di dar loro un Ambrogino...di bronzo.

GLI CCHI DI GATTO

 

Sono gli "occhi di gatto", borchie d'acciaio infisse nel manto stradale che servivano, anche di notte, venivano illuminati dai fari dei veicoli, per segnalare un attraversamento pedonale in prossimità di un incrocio. Sono stati inventati in 1933 di Percy Shaw spiega Yorkshire nel Inghilterra. L'inventore ha avuto l'idea dal aveva visto gli occhi di un gatto illuminarsi, durante la guida su una strada buia - da cui il nome.

giovedì 10 marzo 2022

BARABITT

 Il “barabitt” come sinonimo di bambino discolo, dispettoso. Per il bimbo monello additato di qualche marachella si usava dire te mandi in di barabitt, a significare “ti spedisco in collegio”. Pare che il nome dialettale derivasse, non tanto da Barnaba come qualcuno era portato a pensare, essendo la loro sede nel XIX sec., presso i cortili quattrocenteschi in via S. Barnaba, ma da Barabba. Si, proprio il furfante che Cristo aveva sostituito sulla croce, per volere del popolo di Gerusalemme. Perché questo oscuro nome per dei semplici bambini poco fortunati? Il Marchiondi, finito dalla fine del XIX sec., al Quadronno, era una sorta di riformatorio, il luogo per l’educazione dei minorenni traviati, o meglio ancora come recita la sua ragione sociale, l’istituto per la protezione del fanciullo.

PALAZZO MEDICI

 Il palazzo di Corso Magenta 29 che cela i resti del palazzo Medici

Dall’ingresso al 5 di via Terraggio si possono visitare gli omonimi giardini, resti di quelli annessi al palazzo mediceo e nei quali si possono apprezzare con calma alcuni elementi del muro laterale di Palazzo Medici.
Milano, restauro di Casa Medici (palazzo del '400) e del cinema Orchidea in via Terraggio (corso Magenta)
„Al civico 29, dietro ad un portone di legno, ecco che si vede, in fondo al cortile quella che un tempo era la casa milanese del Magnifico, Lorenzo De' Medici“
Lorenzo de' Medici riceve in dono da parte di Galeazzo Visconti e Lodovico il Moro“ nel 1486 un palazzo oggi all’angolo fra via Terraggio e corso Magenta e un altro in via San Maurilio, di cui non si sa quasi nulla. Anche se non vi risiederà mai e non lo porterà a termine, Lorenzo de’ Medici fa ristrutturare l'edificio di corso Magenta,
„Di Casa Medici restano ormai poche tracce: L’ambiente più notevole del complesso è la grande sala, lunga più di 37 metri e alta 8, oggi parte del Nuovo Cinema Orchidea che presenta una corte porticata a U con in fondo una sequenza di nicchie mentre all’esterno c’era una curiosa combinazione di fregi in cotto, bugnato e scudi in rilievo (perduta nel 1900, quando il palazzo diventa una casa di ringhiera), tre colonne incastonate nella parete in muratura ad un lato del cortile e sei nicchie di grandi dimensioni sul muro, tre delle quali sono state trasformate in finestre.“ è l'antico refettorio del convento che vi si installò dopo la famiglia Medici e che era stato trasformato in un cinema d'essai.
„Gran parte del palazzo originale venne demolito nel 1895 per fare posto all'attuale immobile, inserito all'interno di un primo cinematografo (Dante), già prima della Seconda Guerra Mondiale. Il nome Orchidea risale al 1946, mentre dal 1960 al 1991 è stata una sala dedicata ai film d'autore, prima di trasformarsi in una sala da prima visione.“

mercoledì 9 marzo 2022

VILLA INVERNIZZI

 

In questo caso il collegamento è scontato: villa Invernizzi apparteneva all’ideatore dei famosi formaggi; è la fine del 1800, Romeo Invernizzi ha otto anni e la maestra delle elementari di Pasturo, in provincia di Lecco, ha convocato sua madre a un colloquio. Romeo è sempre stanco e, spesso, si addormenta durante le lezioni.

La madre è mortificata, esce dal colloquio in lacrime, ma si vergogna di dire la verità.
Gli Invernizzi hanno una latteria e tutti, in famiglia, hanno un ruolo nella gestione: quello di Romeo è di alzarsi alle due di mattina per mungere le mucche. Nel 1914, ereditata l’azienda di famiglia e trasformatala nella seconda azienda casearia italiana, si trasferisce a Milano, in via dei Cappuccini 9.
Ed è durante un viaggio in Africa con sua moglie, che il signor Invernizzi decide di portare con sé a Milano un gruppo di fenicotteri, quando non era ancora stata stipulata la Convenzione sul Commercio Internazionale delle Specie Minacciate di Estinzione (CITES), che ha lo scopo di tutelare fauna e flora in pericolo di estinzione.
I fenicotteri di villa Invernizzi appartengono alla specie dei fenicotteri rosa e fenicottero cileno e si possono scorgere semplicemente passeggiando lungo il cancello della villa, sporgendosi un po’ al suo interno.
Oltre a loro sono presenti anche pavoni e anatre.
La villa non è aperta al pubblico, salvo qualche rara occasione e, dopo la morte del signor Invernizzi, è stata trasformata nella Fondazione che porta il suo nome, che si occupa di biologia, medicina, economia, scienze alimentari e di altri settori scientifici.
Passando a miglior vita senza eredi, il Cavaliere fece infatti aggiungere una nota al suo testamento con cui obbligava la Fondazione Invenizzi, amministratrice dei beni e delle società di famiglia, a tutelare i suoi amati animali, che oggi sembrano perfettamente adattati alla vita in cattività e sono lì, incuranti dei passanti e dei curiosi.
La villa è un perfetto esempio di architettura liberty inserita in un contesto naturale molto interessante: è infatti presente sia un giardino pensile da cui è possibile osservare il sempre rinnovato skyline milanese, sia un affascinante giardino di magnolie sia un grande roseto.
Con il nome di Liberty si intende un vasto movimento artistico che, tra fine Ottocento ed inizi Novecento, interessò soprattutto l’architettura e le arti applicate.
Questa corrente, nota in Francia come Art Nouveau, in Germania come Jugendstil e in Austria come Secessione, prendeva ispirazione dalla natura e dalle forme vegetali, dando vita ad uno stile assolutamente in contrasto con quello del periodo precedente.
Affermatosi per la prima volta in Italia nel 1902, è riconoscibile grazie a una serie di tratti distintivi: motivi floreali, ambienti vegetali, viticci, linee curve e flessuose.
Il movimento abbracciò, comunque, tutti i campi artistici, dalla pittura, al disegno, all’artigianato e nacque come reazione alla produzione industriale di oggetti in serie, pertanto tutta uguale, resa possibile dai processi di automazione di fine

VILLA ZANOLETTI

Meglio conosciuta come villa Mozart è un capolavoro déco, sede della maison di alta gioielleria di Giampiero Bodino. Un giardino verticale di altri tempi, ricoperto di edera, che si apre dietro ai Giardini di via Palestro, davanti a Villa Necchi Campiglio. L’abitazione fu costruita nel 1926 dall’architetto Aldo Andreani, e progettata in una parte del giardino della proprietà Serbelloni, fino al 1996 la villa è stata sede del Rotary Milano. Da qui inizia il Quadrilatero del Silenzio, una vera e propria oasi racchiusa tra quattro vie dove la frenesia della città si spegne e si respirano le memori di scrittori ed artisti come Giuseppe Parini, Alessandro Manzoni, e Cesare Beccaria.

MULINO MOSCA

 

L’edificio, sorto nel 1886 in aperta campagna, oggi non conserva più i macchinari per la macinazione ma è sede di un’agenzia di pubblicità, di attività commerciali e di abitazioni private. All’epoca della sua fondazione il Mulino Mosca era un’istituzione all’avanguardia: è infatti stato il primo impianto ad alta macinazione di Milano a utilizzare il vapore prima e l'energia elettrica poi.

Il Mulino ha rappresentato un elemento di sviluppo per l'intero quartiere di Porta Tenaglia e un incentivo alla progressiva urbanizzazione della zona, tanto che già nel 1890 vengono aperte due nuove vie, Bertini e Lomazzo.
Dopo un periodo di declino, l’attività del mulino è interrotta definitivamente. I lavori di ristrutturazione eseguiti in seguito, nel 1970 e nel 1996, hanno permesso il recupero di oltre il 60% dei 27.000 metri quadrati di superficie originari, utilizzati per ospitare la J. Walter Thompson, un’agenzia internazionale di comunicazione nata negli Stati Uniti nel 1864 e approdata in Italia nel 1951.

PALAZZO VIA MONISO 12

 Passando da via Monviso al civico 12 mi sono imbattuta in un palazzo ex sede della Polizia Locale oggi in disuso.

Dalla conformazione dello stesso e dalle simbologie poste sulle porte era una Caserma dei VV.F

CORTILE DELLA SETA

storico palazzo del Cortile della Seta, nel quartiere di Brera, di fronte alla sede del Corriere, in Via della Moscova 33 e Via Solferino 21.

Fino a qualche anno fa qui aveva sede il quartiere generale della Banca Popolare Commercio e Industria.
Il sobrio palazzo di fine ‘800, sarà completamente ristrutturato.
Prima del quartier generale della Banca Popolare Commercio e Industria, nell’Ottocento c’era il vecchio Cortile della Seta, luogo in cui avveniva il carico e scarico di decine di migliaia di balle contenenti bozzoli, cascami e filati di seta. Lo costruì la Cooperativa per la Stagionatura e l’Assaggio (inteso come “valutazione”) delle Sete, di cui la banca è l’erede.
Quella facciata da sobrio palazzo con pochi fronzoli decorativi, ristrutturata molte volte, nasconde in realtà la sede in cui sfilavano i carri dei bigattèe (i “setaioli”) e si trovavano i depositi di filati e i banchi del mercato sotto ad una volta vetrata al centro del cortile. Qui venne fondata, nel dicembre del 1888, l’Anonima della Seta, formata da un’antica associazione di mutua assistenza (gilda) di 77 imprenditori milanesi che ben presto trasformarono questa zona ai margini del quartiere di Brera nel luogo in cui si riunivano commercianti e mediatori in quello che era lo Stradone di Santa Teresa. L’attività svolta dalla società cooperativa dei setaioli era duplice. Non c’era solo l’aspetto tecnico, con le operazioni di valutazione delle merci, pesatura, stagionatura, magazzino e custodia di bozzoli, sete e cascami.
Importante era anche l’attività finanziaria, che veniva svolta anticipando denaro su garanzia del deposito di merci e gestione della moneta fonita dai soci e dagli addetti. Nel tempo, l’aspetto finanziario finì per prevalere su quello tecnico, tanto che le due attività vennero scorporate e la società cominciò a occuparsi di tutte le operazioni svolte dalle normali aziende di credito.
Nel corso della seconda guerra mondiale il palazzo che ospitava il Cortile della Seta venne colpito dai bombardamenti e fu ricostruito e ampliato dall’architetto Caccia Dominioni, mantenendo l’aspetto ottocentesco all’esterno e rialzandolo di un piano. La nuova costruzione fu inaugurata solo nel 1954. Lo stabile ottocentesco aveva ancora il cortile un tempo utilizzato come disimpegno del magazzino merci della stagionatura, dove circolavano i carri adibiti al trasporto delle balle di seta. Parzialmente ricostruito secondo il modello originario, venne utilizzato per ospitare manifestazioni, esposizioni e incontri culturali.
Il nuovo progetto realizzato da Asti Architetti, prevede diverse modifiche al palazzo, pur mantenendone l’aspetto generale. Verranno aperte nuove vetrine al piano commerciale (ora ci sono finestre al piano rialzato), e sopratutto verrà rialzato di un piano con un sopralzo con evidenti costolature metalliche parzialmente inclinate a scandire il ritmo di vetrate a tutt’altezza che ne seguono il profilo, che un po’ ricorda il linguaggio architettonico usato per la Feltrinelli di viale Pasubio.

PALAZZI MONTECATINI

 

così denominati perché appositamente costruiti per quella società, sono tre, sorti in epoche diverse e ripartiti su due isolati prospicienti Largo Donegani.

Il capostipite, storica sede realizzata nel 1926/28 da Ugo Giovannozzi, ha un aspetto solenne e vagamente rinascimentale, e si affaccia unicamente su Via Turati 18.
Il secondo, assai più vasto, gli fu eretto accanto nel 1936/38 da Gio Ponti, Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. Di chiara impronta razionalista, ha un'originale pianta ad H che prospetta su Largo Donegani e Via Moscova 3. Molto interessante e all'avanguardia per l'epoca, sia dal punto di vista stilistico-architettonico, sia per l'organizzazione funzionale degli interni.
Il terzo e ultimo edificio, separato dagli altri, risale al 1950/51 ed è ancora opera di Gio Ponti e Antonio Fornaroli, che nella fattispecie sviluppano la loro creazione precedente riprendendone i materiali e i caratteri generali.
E' davvero interessante osservare i tre edifici nella loro successione temporale, comparando le soluzioni tecniche e stilistiche adottate, diverse ma con un'innegabile coerenza di fondo.

IL CASTELLO DI PIETRA

Un altro castello a Milano? Assolutamente sì, per quanto diverso per tanti motivi. Il primo è la posizione. Avreste mai detto di trovare un castello in viale Monza?

Eppure al civico 46 ecco che alzando appena lo sguardo, non potrete non notarlo. Se non ci fossero auto nè traffico, potrebbe sembrarvi di essere tornati nel medioevo.
Costruito nel 1910 quando qui non eravamo a Milano ma a Turro, tutta questa zona era molto diversa: alberi, prati e l’ippovia Milano – Monza.
Fu il ragioniere Primo Gilberti, appassionato di scultura, medicina e veterinaria che volle costruire un nuovo palazzo prendendo spunto dai fasti medioevali. Ed essendo lui sindaco di Greco (no, anche Greco non era Milano a quei tempi) ebbe qualche chance in più di veder realizzato il suo desiderio.
4 piani più il rialzato, una torretta a due piani: ecco il castello con la facciata in pietra grigia, finestre a tutto sesto e bifore nel lato della torre. Non male, eh?
Se proprio volessi essere pignoli, qualche “défaillance” la si può trovare, ma perchè guardare il pelo nell’uovo?
Pochi anni e nel 1917 tutti i comuni sopra citati vennero inglobati a Milano: da allora la nostra città ha quindi anche questo di castello, da poter ammirare, fotografare e soprattutto conoscere meglio.

VILLA BUCCELLATI

 

Una sontuosa villa abbandonata della famiglia Buccellati.

Abbandonata ormai da più di tre decenni dai legali proprietari.
La villa si trova proprio nel cuore del quartiere, di fronte all’originario nucleo di case popolari definito della “Baia del Re.” La struttura è stata costruita intorno al 1920 — qualche anno prima dell’edificazione del quartiere popolare adiacente — ed è stata integrata nel dopo guerra da una dependance.
Per un lungo periodo la villa è stata di fatto un rifugio per chiunque volesse o dovesse entrarci. Da qualche mese, però, i vecchi proprietari hanno deciso di bloccare l’accesso con mezzi più convincenti del vecchio cancello.
La villa è ancora piena di letti. La cucina, lo stile, sono intatti, come se i proprietari se ne fossero andati all’improvviso. Dentro è ancora magnifica — c’è uno scalone, tra i due piani, davvero bello.”
La famiglia Buccellati non abita più la villa ormai dagli anni Ottanta. Una buona parte della famiglia vive negli Stati Uniti, a New York, e un’altra parte sta a Bologna. Oggi, Buccellati è uno dei più importanti marchi di gioiellerie di lusso del mondo — come del resto lo è dagli anni Venti del secolo scorso, quando il capostipite Mario Buccellati divenne l’orafo preferito di Gabriele D’Annunzio. Negli anni Ottanta una parte della proprietà era stata affittata e adibita a fabbrica. L’impresa però non è andata molto bene, e l’affittuario, a quanto pare, gli ha dato fuoco a causa di un problema di debiti. “La famiglia l’ha lasciato così. Quando se ne sono andati la casa s’è trascinata insieme.”

FONTANA DI PIAZZA CASTELLO

 Per i vecchi milanesi era la funtana di spus e nel periodo di tangentopoli è diventata la fontana di Craxi,

La fontana è stata la protagonista di una leggenda metropolitana.
Nel 1960 fu smontata per i lavori della metro e rimase per lunghissimo tempo nei magazzini comunali, ma quando qualcuno domandava dove fosse finita la fontana si sentiva rispondere che era stata trafugata da Bettino Craxi e che faceva bella mostra nei giardini di Hammamet.
La fontana venne costruita dall'AEM nel 1936 in occasione di una visita di Mussolini a Milano per incontrare i reduci della guerra abissina e fu posizionata nello spazio tra largo Cairoli ed il Castello Sforzesco.
Per la sua forma vagamente simile ad una torta nuziale, fu subito battezzata dai milanesi la torta degli sposi.

La STRANA FORMA ad A dell’Hotel ARMANI

Certamente la sua forma non si nota dal basso, ma solo dall’alto. L’Hotel Armani a Milano non è comune perché porta il segno del suo realizzatore, la A di Armani (Giorgio ovviamente).

L’hotel è un luogo da sogno, elegante, raffinato e unico nel suo genere non solo per l’essenzialità delle linee e dei colori, ma anche perché ospitato all’interno di una costruzione, appunto, a forma di A, da sempre marchio inconfondibile dello stilista. L’edificio, come detto prima, è stato progettato nel 1937 da Enrico A. Griffini, ma l’esperienza AHR (Armani Hotels&Resorts) è stata supportata dal prezioso contributo della Emaar Properties, una delle più grandi aziende mondiali del settore immobiliare, la stessa che ha costruito il Burj Khalifa. 95 stanze e suite ispirate alle collezioni Armani/Casa super accessoriate ma fedeli all’atmosfera d’epoca che l’hotel conserva al suo interno. Gli ultimi due piani, interamente vetrati, ospitano lounge, ristorante e SPA.
Insomma il lusso più sfrenato nel centro di Milano, vicino al Museo di Storia Naturale e alla Triennale.

PALAZZO PIRANESI

 primo palazzo del ghiaccio d'Europa.

con la pista tra le più grandi al mondo
Il Palazzo del Ghiaccio di Milano è uno splendido edificio in stile Liberty in via Piranesi voluto dal campione nazionale di pattinaggio, il Conte Alberto Bonacossa, e inaugurato il 28 dicembre 1923. Con i suoi 1800 metri quadrati di pista, il Palazzo era, all’epoca, la principale pista ghiaccio coperta d’Europa e una delle più grandi al mondo. L’imponente copertura in ferro, legno e vetro costituiva un felice incontro di virtuosismo architettonico e rigore ingegneristico.
Duramente colpito dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno gravemente danneggiato le decorazioni dell’interno, il Palazzo del Ghiaccio ha riaperto al pubblico dopo il conflitto, rimanendo attivo fino al 2002. In 80 anni di attività, il Palazzo ha ospitato molti dei più importanti appuntamenti agonistici milanesi, non solo su ghiaccio, ma anche di pugilato, scherma e pallacanestro; è stato inoltre sede di attività sportive amatoriali, eventi di intrattenimento, sfilate di moda e proiezioni cinematografiche.
Memorabili anche i concerti, tra cui, il debutto assoluto di Adriano Celentano al “Festival Italiano del Rock and Roll” del 1957, la “Sei giorni della Canzone” con Mina nel 1959 e le esibizioni di Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, Luigi Tenco, e il concerto dei Pink Floyd nel 1971.

PALAZZO DELLA PERMANENTE

Il Palazzo della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente (a Milano conosciuto anche semplicemente come Palazzo della Permanente) dal 1881 è la sede della storica istituzione culturale.

Progettato nel 1881 da Luca Beltrami in stile revival neoclassico, l'edificio è stato parzialmente restaurato dagli architetti Giulio Richard e Paolo Mezzanotte tra il 1920 e il 1922.
Gravemente danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, il Palazzo è stato completamente ricostruito, ad eccezione della facciata superstite e di poche altre preesistenze, dagli architetti e designer Pier Giacomo e Achille Castiglioni secondo i criteri del funzionalismo.
Il complesso è composto da un edificio orizzontale di sale destinate alle esposizioni organizzate dalla Società e una torre verticale per uffici.
Nel 1881 l'istituzione culturale della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente acquista un terreno in via Turati (all'epoca denominata via Principe Umberto) per edificarvi la propria sede.
Il progetto viene affidato all'architetto Luca Beltrami (Milano 1854 – Roma 1933), docente di Architettura all'Accademia di Brera e al Politecnico di Milano e impegnato in quegli anni in importanti interventi di architettura e restauro nella città: il Castello Sforzesco e la ricostruzione della Torre del Filarete (1893-1911), la Sinagoga (1892), il Palazzo delle Assicurazioni Generali in Piazza Cordusio (1901).
Beltrami concepisce il palazzo della Permanente secondo uno stile neoclassico, suddividendo in modo schematico gli ambienti. La simmetrica facciata su via Turati, in pietra rossa di Verona, presenta al piano terra un ingresso a triplice apertura scandito da pilastri e due finestre rettangolari; la tripartizione è ripetuta al piano superiore nella loggia ad archi intervallata da colonne e affiancata da due finestre rettangolari con timpano triangolare. Sul fregio in facciata corre l'intitolazione del palazzo: Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente.
All'interno la scansione degli spazi si articola nel 1886, data dell'apertura al pubblico, in quattro sale illuminate da lucernari al piano terra, un cortile coperto e una galleria per l'esposizione di sculture conclusa da un giardino con caffetteria. Al piano superiore si accede attraverso una monumentale scala doppia in marmo. Al primo piano un grande salone è destinato ad eventi, conferenze e riunioni ed affiancato sui due lati da due ambienti per l'esposizione di oggetti.
Il palazzo viene restaurato tra il 1920 e il 1922 dagli architetti Giulio F. Richard e Paolo Mezzanotte: vengono eliminate le decorazioni pittoriche di Giovanni Battista Todeschini e di Giuseppe Mentessi, assistente di Beltrami all'Accademia di Brera, mentre rimane immutata l'architettura di Beltrami.
L'edificio viene pesantemente colpito dai bombardamenti del 1943, lasciando intatta soltanto la facciata su via Turati, tuttora esistente e tutelata come monumento nazionale.
Dopo l'esame di 17 proposte, nel 1949 il Sodalizio artistico sceglie per la ricostruzione della propria sede il progetto degli architetti e designer Pier Giacomo Castiglioni, Achille Castiglioni, con Luigi Fratino. I lavori prendono avvio l'anno successivo e si concludono nel 1953, quando la nuova sede viene aperta al pubblico completamente rinnovata.
Pur conservando alcune preesistenze, i Castiglioni ricostruiscono le sale secondo una nuova distribuzione e una nuova struttura di copertura. Il progetto dei Castiglioni rende l'allestimento delle sale per l'esposizione il più possibile flessibile grazie alla suddivisione in sale molto spaziose, da poter suddividere in spazi più piccoli mediante pareti mobili, pannelli con telaio in legno rivestito di tela, sostenute da tiranti in metallo, che scorrono grazie a una guida inserita nei muri perimetrali di ogni sala. La stessa guida può essere utilizzata per modulare l'impianto di illuminazione e per l'apprensione dei dipinti.
L'impianto di illuminazione prevede un'alternanza di lucernari in vetrocemento di forma cilindrica, dimensionati in modo da evitare l'abbagliamento, e riflettori incassati, dotati di lampade fluorescenti schermate: il risultato è un piano illuminante astratto, visivamente intervallato da punti e tratti di luce, con un'illuminazione diffusa. La copertura ospita anche gli aspiratori per il ricambio d'aria. Il pavimento delle sale, che contiene i pannelli radianti per il riscaldamento, è in mosaico alla veneziana, a grana piccola (marmo di Candoglia e Bardiglio).
La galleria per l'esposizione delle sculture si affaccia su un cortile interno. Il gioco di illuminazione radente e lo studio delle texture delle superfici delle pareti verticali rivestite di marmo, del pavimento a mosaico e del soffitto a stucco permettono l'illusione visiva di distacco delle pareti dal suolo.
Destinata ad ospitare uffici, la torre a tredici piani progettata dai fratelli Castiglioni è alta 53 metri e ne dista quasi 20 dal rettifilo di via Turati: concepita per una visione dal basso, come edificio infinito, è strutturata come “edificio interrotto”, senza una copertura dal forte impatto visivo. La facciata sfrutta come decorativi gli elementi strutturali: le travi perimetrali dei solai in cemento armato sono lasciate a vista costruendo un motivo a fasce orizzontali e le pareti rivestite in litoceramica sono regolarmente intervallate da aperture. Le finestre a tutta altezza in profilato metallico hanno tre diversi telai che consentono differenti aperture: uno inferiore fisso, i due superiori a saliscendi autobilanciati; il davanzale è una lastra di marmo bianco, la tenda veneziana in alluminio anodizzato. I pavimenti alternano mosaico di vetro nella galleria d'ingresso, travertino nell'atrio, palladiana nei disimpegni e linoleum negli uffici.
I serramenti interni sono in profilato di alluminio, mentre le porte a battente con struttura di abete a nido d'ape, rivestite in alluminio anodizzato. I Castiglioni integrano nell'edificio alcuni sistemi tecnologici: un servizio di posta pneumatica per la comunicazione tra gli atri e l'ufficio del custode, e i pannelli radianti con raffrescamento estivo.

ISTRUZIONE POPOLARE DEI BIMBI POVERI A MILANO

 

Le prime scuole, dove si dispensavano i primi rudimenti di lettura e scrittura, al di là di alcune sparute strutture per l’accoglienza degli orfani, a Milano, erano il frutto dell’iniziativa privata.

E’ ancora più meritevole se l’iniziativa viene collocata in un periodo in cui nessuno scommette sull’infanzia e sull’adolescenza disgraziata, cioè su un individuo fragile, debole e in balia dei tanti mali della società del tardo medioevo: povertà, abbandono, scarsa consapevolezza, impossibilità di riscatto sociale, sfruttamento della manodopera minorile, solo per citare qualcuna di queste piaghe.
Vediamo allora come, dove e perché nascevano queste iniziative di privati cittadini, spesso facoltosi e con qualcosa da farsi perdonare, sia dalla coscienza sociale sia per senso di rimorso cristiano.
LA SCUOLA NEL BASSO MEDIOEVO
Un esempio è dato nel 1473 dal testamento dell’usuraio e banchiere Tommaso Grassi a favore del Luogo Pio Quattro Marie, attraverso il quale furono fondate le Scuole Grassi. E’ il primo esperimento a Milano di scuola popolare gratuita. Le Scuole Grassi si trovavano in Via Cantù, subito sulla destra entrando da via Orefici, nei locali già usati dalla Taverna della Cicogna.
il retro di questi esercizi si prestassero, per pochi denari e con la complicità dell'oste, per tutta una serie di attività e assembramenti leciti, ma più frequentemente illegali. Nell’atto, rogato da Antonio Zunico notaio delle Quattro Marie, l’uomo di affari specificava che sarebbe spettato ai deputati della confraternita gestire la scuola, retribuendo i docenti (cinque magistri a gramaticha), selezionando gli scolari (con un occhio particolare per i discendenti di casa Grassi), e provvedendo alla manutenzione dell’edificio scolastico. L’istituto prese avvio nel 1482, anno della morte del Grassi: da quel momento i libri contabili del consorzio elemosiniero cominciano a registrare l’ingaggio e il regolare pagamento dei maestri. Vennero soppresse dopo ben tre secoli, nel 1787, per decreto governativo: il loro patrimonio venne incorporato nei fondi da destinare alle scuole elementari statali e la sede della scuola fu venduta all’asta. Dopo la soppressione l’edificio viene venduto e demolito alla fine dell’Ottocento.
Altro caso famoso è quello delle Scuole Taverna (o della Fedeltà): avevano sede nello stesso quartiere di quelle precedenti, accanto alla chiesa di Santa Maria della Rosa, un edificio sacro scomparso per far spazio all’attuale Piazza Pio XI e all'ingresso dell'Ambrosiana. Furono fondate per volontà del banchiere Stefano Taverna, anche queste grazie ad un lascito presente nel suo testamento del 1468 e confermato da quello della vedova del 1478. Rimasero in questo luogo fino al 1615, quando l’edificio è appunto inglobato nell’Ambrosiana. Infatti, tra il 1611 e il 1620, su progetto del Mangone, la biblioteca si allarga incorporando le scuole, che però non chiudono. Si spostano in via Santa Maria Fulcorina, in alcuni locali legati ai Borromeo, fino alla loro soppressione nel 1797, poiché verranno create le prime scuole elementari statali secondo i principi ispiratori della rivoluzione francese portati dalle truppe napoleoniche.
Un’altra bella realtà con scopi educativi è rappresentata dalle Scuole Piatti, così conosciute poiché fondate per volere testamentario di Tommaso Piatti, che però affida la gestione all’Ospedale Maggiore, beneficiario dei beni e della sede, sita in Contrada Sozza innamorata. Si trattava di un vicolo, ribattezzato e più conosciuto, per le sue numerose case d’appuntamento e prima della sua definitiva scomparsa, come Via Soncino Merati. Collegava l’attuale Via S. Paolo con Via S. Pietro all’Orto. Si avviano sin dall’anno 1500, sul modello delle scuole Grassi, di poco anteriori. Vi sono cattedre pubbliche di greco, dialettica, aritmetica, geometria e astronomia, destinati a giovani volenterosi con pochi mezzi. I libri per lo studio di tali discipline erano quelli della biblioteca di Tommaso Piatti lasciati nella stessa sede dove si impartivano le lezioni. Qui grazie ai favori di Filippo Archinto, poi arcivescovo di Milano, nel 1534 inizia ad insegnare geometria, aritmetica e astronomia Girolamo Cardano per 50 scudi l’anno. Le scuole funzioneranno fino al XVII sec.
Alcune possedevano anche una cantina sotterranea dove si stipavano le provviste, appese alla volta per evitare il contatto coi ratti, che erano la popolazione più numerosa, in quei luoghi infestati dall’umidità di risalita o da qualche roggia confinante, dove si riversavano i miasmi delle latrine di fortuna per gli avventori. Di questi chi oltrepassava quel portone sudicio sapeva di entrare in una realtà protetta, come un rifugio per malfattori ma anche luogo di insidie che ti insegnavano a stare al mondo: uscivamo bestemmie, grida ed imprecazioni, ma anche risate, urla, discorsi e maldicenze. Era rappresentazione teatrale viva dei milanesi del rione, dove le ingiurie si fondevano ai silenzi, ai sorrisi ed alla disperazione, ma dove si poteva anche assistere ad alcune forme di arte ormai perduta, come quella dei cantastorie, dei menestrelli dal dialetto verace, e dei barbapedana (come si chiamarono fin dal XVII sec), la cui memoria è tramandata dagli scritti di Carlo Maria Maggi e più tardi da Arrigo Boito.
Questi erano musicisti di strada, così bravi a intrattenere gli avventori di locande e ritrovi, mescite, vinerie, da essere ancora ricordati nella memoria popolare.
le più famose Scuole della Cannobiana (anch’esse scomparse, poiché site sull’isolato limitrofo a quello su cui venne poi costruito il Teatro Lirico, già della Cannobiana appunto). Prendevano il nome dal fondatore, Paolo da Cannobio, che attraverso un lascito le aveva istituite con sede sull’attuale via omonima nel 1554. Vi si davano due letture quotidiane, una di morale, l’altra di dialettica. Nel 1563, Alessi ne progetta un ampliamento con l’oratorio annesso. Nel 1579, l’amministrazione dell’Ospedale Maggiore vi unisce in questo luogo anche le scuole Piatti di cui abbiamo parlato più sopra, in un’ottica di razionalizzazione delle risorse. Per motivi affini circa un secolo dopo, nel 1671 lo stesso Ospedale Maggiore ne decreta la chiusura, perché i costi superano le entrate. Nel 1770, in piena era asburgica, viene emanato il Dispaccio Regio che incamera i proventi dell’eredità Cannobio, sopprimendo le Scuole Cannobiane a favore delle Scuole Palatine (posizionata però a rango di Università) saldamente radicate sulla Piazza Mercanti. Saranno così poi assorbite nel 1778 dalle Scuole Arcinbolde (il Collegio dei Barnabiti presso Piazza Sant’Alessandro).
La prima scuola religiosa
La Chiesa non assisteva mai incurante a questi fenomeni, anzi dove poteva si muoveva con spirito emulativo e sempre con un occhio vigile sui cambiamenti sociali che potevano sottrarre controllo ed egemonia sulle povere anime facilmente plasmabili. E’ così che presso lo scomparso Oratorio trecentesco di S. Giacomo dei Disciplini (all’altezza di Via Manzoni 40/42, dove c’è oggi la galleria e il Teatro Manzoni), certo Castellino da Castello, nei primi decenni del XVI sec., fonda scuole per l’infanzia disagiata. Si tratta di un progetto che pur avendo una precisa connotazione religiosa, giunge in ritardo di circa 150 anni rispetto alle prime iniziative private: sorgono anche queste con fini filantropici e per volontà testamentaria di un benefattore. Si cominciò ad insegnare il catechismo ai fanciulli, dando così origine a quelle che nel 1536 sarebbero diventate le Scuole della Dottrina Cristiana, riconosciute e incoraggiate da Carlo Borromeo. Si trattava di una scuola festiva per bambini poveri, che oggi potremmo associare all’idea dei primi oratori modernamente concepiti.
Come tutte le realtà finora viste, all’inizio, l’iniziativa nasce come frutto di volontà laicale: un cardatore di lana, Francesco Villanova, detto il Pescione, è colui che per primo raccoglie l’anelito di Castellino. E laici saranno anche i primi collaboratori: Rinaldo Lanzi, fabbricatore di speroni; Gianangelo Nava, forgiatore di spade; Giuseppe Manzoni, fabbricante di tovaglie, Giulio Basanello, maestro di scuola. Tutti avevano uno scopo: andare in primo luogo a cercare i ragazzi di strada, raccoglierli e invitarli a un’esperienza di divertimento, di festa, di gioco e insieme di formazione, per istruirli nel catechismo.
Va anche sottolineato che non c’era all’inizio un vero e proprio progetto. Solo dopo tre anni di attività, nel 1536, ci si decise a fondare una Compagnia, al modo delle Confraternite. L’opera all’inizio fu accolta con diffidenza, tanto che troviamo tra i contestatori anche dei parroci. Ma accanto alle difficoltà, però, andava crescendo anche l’apprezzamento. La diffusione tra la povera gente ne comprovava la potenza del messaggio: nel giro di trent’anni nella sola Milano si contano ventotto scuole, con duecento operai a servizio, per un totale di duemila ragazzi.
Nel 1548 Castellino da Castello stabilì le “Regole” per l’organizzazione della confraternita. Da Milano le “Compagnie della Dottrina Cristiana”, si diffusero in tutta Italia, sempre grazie all’infaticabile opera del fondatore. La Scuola si amministrò con le rendite derivanti da un beneficio chiericale sino al 1574, quando l’arcivescovo Carlo Borromeo ne affidò l’organizzazione e il coordinamento agli Oblati dei Santi Ambrogio e Carlo. Nel 1577 l’arcivescovo, intuendone le potenzialità contro il dilagare delle idee protestanti, lo eresse addirittura come “Ente” con propria personalità giuridica, come la “Compagnia”
. Dopo aver fatto ristampare l’Interrogatorio di Castellino predispose le Constituzioni et Regole della Compagnia et scuola della Dottrina Cristiana, dove era precetto insegnare ai fanciulli provenienti dalle classi meno abbienti, oltre che il catechismo (non a caso ancora oggi detto Dottrina) anche a leggere e a scrivere. Una delle prime edizioni del catechismo in lingua italiana, con annesse lodi in musica, venne pubblicato a cura di S. Carlo a Milano nel 1576. Seguirono una serie di edizioni stampate a Torino (1579-80-83-84) a Genova (1590) a Como (1596-1599-1605 e seguenti) ecc.
In seguito, governando la diocesi l’arcivescovo Federico Borromeo (1595-1631), confinò in qualche modo gli scolari di S. Giacomo all’interno delle vetuste mura di Via Manzoni, ove il rettore del Seminario avrebbe anche celebrato messa. Per volontà testamentaria di un benefattore, all’epoca in cui scriveva il Latuada (1737) la Scuola offriva anche la dote nuziale a tre ragazze povere e due volte l’anno distribuiva ai poveri pane e vino. Nel 1778 la Confraternita della Carità del Prossimo assorbe i compiti della Dottrina Cristiana, e nel 1786, nonostante le massicce soppressioni degli enti religiosi da parte degli Asburgo, ne viene sancita la sopravvivenza (una delle poche). Ma nello stesso anno la chiesa di S. Giacomo viene distrutta.
Vi era però una targa che qui ne riconosceva i meriti e i luoghi, rimossa dopo la fine della II Guerra Mondiale e non più ricollocata. Oggi la targa che ricorda Castellino da Castello come “difensor d’Italia delle eresie d’oltralpe” si trova in Via S. Tomaso 2 dietro l’abside della chiesa omonima.
Anche nel Duomo di Milano c’è una lapide che gli riconosce il merito nell’educazione pubblica cittadina.

MONUMENTO A GARIBALDI

Alla morte di Giuseppe Garibaldi (1807-1882), anche il comune di Milano decise di onorare con un importante monumento l'eroe dei due mondi.

Il tema di una statua a Garibaldi, assunto come segno dell'unità nazionale, impegnò (soprattutto negli anni immediatamente successivi alla morte) moltissimi Comuni italiani, pur presentandosi come un compito difficile proprio perché coinvolgeva le coscienze popolari, oltre che la creatività degli artisti, a volte combattenti nelle imprese risorgimentali.
Le opere d'arte, per essere apprezzate, richiedevano raffigurazioni veriste di battaglie e al contempo rappresentazioni simboliste dei valori che le avevano animate.
Il Consiglio comunale milanese, consapevole delle difficoltà che l'impresa artistica avrebbe comportato, bandì un concorso per ottenere il miglior progetto possibile, richiedendo ai partecipanti il bozzetto per una statua di dimensioni imponenti, dove l'eroe fosse rappresentato a cavallo in posa guerresca.
Purtroppo quel primo concorso venne cancellato per la morte di uno degli artisti in gara.
Si dovette così attendere il 1885: a questo secondo concorso parteciparono, tra gli altri, Ettore Ximenes e Giuseppe Grandi, quest'ultimo con un bozzetto che richiamava il monumento alle Cinque Giornate.
Non ottenendosi però unanimità di consensi da parte dei giurati chiamati a valutare gli artisti in gara, anche questo tentativo venne archiviato senza nulla di fatto. Nel frattempo, il Consiglio comunale prese almeno una decisione: il monumento vincitore sarebbe stato collocato tra via Dante e il Castello, nel tratto di Foro Bonaparte poi dedicato ai fratelli Cairoli, eroi garibaldini.
Il terzo concorso, nell'ottobre del 1888, incoronò vincitore il siciliano Ettore Ximenes (1855-1926), pur tra malumori e dissidi in seno alla stessa commissione giudicatrice.
Dopo un periodo alquanto lungo, finalmente il monumento risultò pronto nel 1895: il 3 novembre venne pomposamente inaugurato alla presenza del sindaco Giuseppe Vigoni, delle autorità e della folla festante. Dal palco, Felice Cavallotti tenne un vibrante discorso.
L'opera vincitrice, in bronzo, rappresenta Garibaldi a cavallo, in divisa militare, quale generale dell'esercito sabaudo. Accanto al condottiero, ai lati del basamento in granito e marmo progettato dall'architetto Guidini, spiccano le due allegorie della Rivoluzione e della Libertà.
Da allora, salvo il breve periodo in cui il monumento venne rimosso per permettere i lavori di realizzazione della metropolitana 1, Garibaldi scruta fisso l'orizzonte, verso via Dante, o meglio, verso Roma che non riuscì mai a conquistare.

PARCO DEL CITYLIFE

CityLife vanta uno tra i parchi più ampi di Milano, ma soprattutto è ricco di opere d’arte che lo rendono un vero museo a cielo aperto tutto...